Autostima: riscopri il tuo valore!

Autostima. Basta fare un giro neanche troppo approfondito sul web per scoprire come tutti ne parlino in ottica di crescita personale. Moltissimi sono pronti a dare consigli su come accrescerla per raggiungere il successo nel lavoro e nella vita. Qualcuno invita a svilupparla per accrescere la fiducia in sé nei rapporti con l’altro sesso e diventare dei conquistatori irresistibili!

Sembra quasi un’operazione di self-marketing, eppure da un’adeguata percezione di sé e dal riconoscimento del proprio valore come persone dipendono non solo quelle doti che possono aiutarci nella carriera o nella scalata sociale. Possedere stima di sé consente di prendersi cura del proprio benessere psicofisico perché rende l’individuo consapevole di se stesso e dei propri bisogni e capace di attribuire ad essi la giusta importanza, il corretto valore!

Avere una scarsa autostima porta, al contrario, a sentirsi inutili, insicuri, inadeguati, sbagliati. A sentirsi inferiori a tutti. A voler cambiare senza riuscirvi.

Voler cambiare… Ma come fare?

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L’autostima è il valore che ognuno di noi attribuisce a se stesso come persona. Una delle sue componenti è sicuramente l’autoefficacia, che si riferisce alla percezione di riuscire a svolgere determinati compiti ed è quindi legata maggiormente all’idea di “successo”.

Tra i termini “autostima” ed “autoefficacia” si fa spesso confusione, tanto che si finisce per credere, per esempio, che chi ha successo (o si comporta come persona di successo) abbia sicuramente un’alta stima di sè. In realtà, ciò è vero solamente quando la persona “di successo” percepisca di esserlo proprio grazie alle sue caratteristiche, e non grazie ad altre persone o alla fortuna (ciò che in psicologia viene chiamato locus of control interno).

L’autoefficacia è quindi solamente un aspetto, peraltro non essenziale, della stima di sé.

L’autostima deriva fondamentalmente da:

  1. la percezione che ogni persona ha dei propri pensieri, delle proprie emozioni e delle proprie relazioni con gli altri;
  2. il divario che esiste tra tale percezione del “Sé reale” e il “Sé ideale” che ogni persona si pone come “modello di vita”. Ovvero ciò che si dovrebbe pensare, le emozioni che si dovrebbero sentire, le relazioni che si dovrebbero coltivare.

Una bassa autostima è causata, spesso, sia da distorsioni della percezione del Sé reale sia dal porsi aspettative troppo alte e ideali troppo rigidi e difficilmente raggiungibili.

Gli interventi psicologici sono quindi spesso mirati ad agire su entrambi i piani: da una parte modulando le aspettative e gli ideali sulla base della realtà ed eliminando le eccessive rigidità, dall’altra lavorando sulla consapevolezza che la persona ha di se stessa.

In mancanza di una buona consapevolezza, infatti, l’individuo può solo basarsi sui pregiudizi che si è creato inconsapevolmente riguardo ai propri comportamenti, pensieri, emozioni, relazioni. Tali pregiudizi possono portare a un abbassamento dell’autostima e quindi alla diminuzione del benessere psicofisico della persona, della sua resilienza (la capacità di affrontare lo stress quotidiano) e della sua assertività.

Come è possibile capire se si hanno pregiudizi su se stessi che influenzano l’autostima?

Il trucco sta nell’individuare quegli “auto-giudizi” che rimangono costanti in tutti (o quasi) i contesti di vita (famiglia, lavoro, tempo libero). Essi sono probabilmente riferiti a un fantomatico “Sé astratto” che niente ha a che fare con il “Sé reale nei vari contesti di vita”, che è molto più “fluido” di quanto comunemente si pensi. Naturalmente, una consulenza psicologica può essere di grande aiuto per l’individuazione di tali pregiudizi.

Facciamo un esempio per uscire dallo “psicologhese”: Capita frequentemente di riferirsi a se stessi con frasi del tipo “io sono una persona triste” piuttosto che “è da qualche giorno che mi sento triste”? Oppure di dire “sono uno stupido” piuttosto che “in quell’occasione mi sono comportato da stupido”? Ecco, in questi casi è probabile che si è caduti nella trappola dei pregiudizi, che può portare a un abbassamento del livello di autostima e, di conseguenza, ad una grossa sofferenza.

Tale sofferenza con il tempo lascia il posto alla rabbia, nel momento in cui si capisce che questi pregiudizi sono le voci dei nostri genitori, del partner o dei colleghi di lavoro.

Cosa si può fare per contrastare questa “discesa negli inferi”?

Secondo lo psicoterapeuta e scrittore canadese Nathaniel Branden, l’autostima può essere vista come un palazzo che si regge su sei imponenti pilastri: la consapevolezza di sé; l’accettazione di sé; il sentirsi responsabili della qualità della propria vita; il sapersi dare degli obiettivi; l’autoaffermazione (“saper dire di no”); l’integrità personale.

Qui di seguito si fornisce un approfondimento di ognuno di questi punti insieme ad alcuni esercizi.

La consapevolezza di sé.

Cominciamo dall’esercizio. Prima di continuare a leggere, sarà utile prendere un foglio e una penna. Dividiamo il foglio in quattro parti e scriviamo nel quadrante in alto a sinistra quelli che riteniamo essere i nostri punti di forza e nel quadrante in alto a destra i nostri punti di debolezza. Nei due quadranti in basso scriveremo i nostri desideri e le nostre paure. Cerchiamo di scrivere tutto quel che ci viene in mente, senza pensarci troppo e prendendoci il tempo necessario.

Infine riflettiamo su quanto abbiamo scritto e come ci sentiamo. Quante volte riusciamo a fermarci e riflettere in questo modo su noi stessi?

Le persone con bassa autostima focalizzano spesso la loro attenzione solamente sui loro problemi, sui loro difetti e sulle loro debolezze – dimenticando che queste sono presenti in ogni persona. Avete presente il “mito della caverna” di Platone? Allo stesso modo, chi ha una bassa autostima tende a non accorgersi della possibilità di uscire dalla caverna, incontrando – fuori di metafora – le proprie potenzialità, le proprie risorse, la propria forza.

Altre volte, può capitare di sforzarsi di ignorare le proprie ombre. Questa strategia (messa in atto spesso come difesa da chi “si comporta spavaldamente” pur avendo una bassa autostima) non è più efficace di quella di chi vede solamente le proprie ombre. In ogni caso, infatti, si tratta di una visione parziale ed incompleta della propria personalità, o addirittura di una menzogna che si tenta di propinare agli altri e a se stessi.

Conoscersi è uno splendido viaggio all’interno della propria complessità, in cui oltre alle debolezze si scoprono anche le proprie caratteristiche positive, tra cui quella presente in ogni essere umano: una forte motivazione alla crescita, al cambiamento, all’autorealizzazione.

Conoscersi permette di essere relativamente liberi dai condizionamenti sociali e dalle mode del momento, determinando scelte dettate dai propri bisogni e desideri reali piuttosto che dalla necessità di imitare qualcuno che si considera “più” di se stessi. Per esempio, più del “fare sport” sono importanti le motivazioni per cui lo si pratica. La volontà di raggiungere l’ideale del “magro a tutti i costi” o di diventare simile al divo o alla diva di turno non hanno nulla a che fare con il sano desiderio di mantenere o aumentare il proprio benessere, di divertirsi e di potenziare le proprie capacità atletiche.

Conoscersi, infine, permette di affrontare, senza perdersi di vista, la crisi culturale ed economica che stiamo affrontando in questo periodo.

La disoccupazione incide fortemente sull’identità dell’individuo. Ma l’individuo è molto più del suo lavoro, così come l’autoefficacia è solo una parte dell’autostima. Scoprire la propria identità al di là del lavoro permette di rimanere fermi sul proprio centro di gravità e quindi di non lasciarsi sfuggire le – seppur poche – opportunità di lavoro. Come scrive Nathaniel Branden, “l’autostima non sostituisce un tetto sulla testa o una pancia piena, ma aumenta la possibilità che l’individuo trovi il modo di soddisfare queste necessità”.

L’accettazione di sé.

Un atteggiamento di curiosità  verso se stessi, verso gli altri e verso la società in cui si vive è fondamentale per mantenere viva la “ricerca di sé”. A volte, è possibile che la curiosità lasci il posto alla paura o al disprezzo per alcune caratteristiche del proprio sé. Chi si arrende davanti a questi ostacoli, fa come i genitori che ignorano costantemente il pianto del loro bambino: come questi genitori abbandonano emotivamente i loro bambini, le persone possono isolarsi dalle proprie emozioni.

Al contrario, è fondamentale comprendere, accettare, accogliere, amare anche le parti meno piacevoli di sé. E’ opportuno, inoltre, smettere di confrontarsi con gli altri e di sentirsi “più” o “meno” degli altri.

Ogni individuo è un’opportunità unica al mondo e merita la felicità.

Nei prossimi giorni, proviamo a prendere le nostre emozioni che arrivano così come sono, senza giudicarle, senza rintuzzarle agli angoli della coscienza, senza abbandonarle.

Sentirsi responsabili della qualità della propria vita.

Da qualche tempo circola su internet questa gustosa frase dello scrittore William Gibson: “Prima di diagnosticarti una depressione o bassa autostima, assicurati di non essere semplicemente circondato da stronzi”. Questa efficace battuta contiene un po’ di verità, ma in genere “dare la colpa agli altri” non è di alcun aiuto.

Può essere utile, al contrario, chiedersi quanto potere si concede agli altri sulla nostra vita.

Facciamo un esercizio: chiudiamo gli occhi per un attimo e cerchiamo di rievocare un giudizio che un’altra persona ha emesso su di noi. Adesso assegnamo un numero, da 1 a 10, che indichi quanto sia importante per noi quel giudizio. Infine, rendiamoci conto che tale livello di importanza è stato deciso solo da noi. Siamo solo noi i responsabili dell’impatto di quel giudizio sulla nostra vita.

Possiamo fare anche un altro esercizio: scriviamo sul nostro foglio alcune frasi che inizino con “Negli ultimi sei mesi mi è capitato di fare/essere/avere….” e completiamo con quel che ci viene in mente. Alla fine, sostituiamo il “mi è capitato di…” con “ho scelto di…”.

Quale riteniamo essere la forma verbale più adatta al nostro sentire?

Anche se non c’è niente di male – è anzi sano – che gli altri abbiano un qualche potere su di noi, “essere responsabili di sé” significa comprendere che siamo solo noi al centro della nostra vita. Noi infatti abbiamo un punto di vista privilegiato per comprenderla. Solo noi possiamo conoscere fino in fondo la nostra storia, le nostre fatiche quotidiane, i nostri sogni, le nostre emozioni, le motivazioni dei nostri comportamenti. Le altre persone possono fornirci ulteriori utilissimi punti di vista, che hanno, però, un’importanza al massimo pari al nostro.

Sapersi dare degli obiettivi.

Ogni persona ha il bisogno di porsi degli obiettivi chiari e raggiungibili per non perdere la “bussola” della propria vita. Senza tale chiarezza, è probabile che basti un singolo insuccesso per cambiare strada o addirittura arrendersi e tornare indietro. Tutti sanno che Thomas Edison, l’inventore della lampadina, effettuò oltre 5000 tentativi andati a vuoto prima di mettere a punto la prima lampadina funzionante. Lo ripeto: 5000 tentativi andati a vuoto, 5000 “fallimenti”. La forza di Edison fu quella di perseverare, tenendo sempre presente il proprio obiettivo, non chiamando mai quei tentativi “fallimenti” e – soprattutto – non considerandosi mai un fallito.

Pensare che “qualunque cosa faccia, sicuramente fallirò” è la più pericolosa trappola in cui incorrono le persone con bassa autostima e bassa autoefficacia. Si tratta di una profezia che si avvera automaticamente per il solo fatto che porta tali persone a non agire o a non perseverare. Quando tali pensieri sono ricorrenti è utile imparare a bloccarli. E’ necessario chiedersi per prima cosa se sono realmente fondati sulla realtà o se riflettono maggiormente una nostra “tendenza al pessimismo”. Nel secondo caso bisogna chiedersi in che modo si possa superare il problema piuttosto che ammirare, immobili, la sua presunta insormontabilità.

L’autoaffermazione (saper dire di no).

Esprimere i propri sentimenti, le proprie credenze e i propri valori è vitale, come respirare. Ognuno ha il diritto e il dovere di difendere ciò in cui crede e di mostrarsi per come è realmente, tenendo ovviamente presente il contesto in cui ci si trova. Molte persone si rivolgono ad un professionista proprio perché si sentono non viste o non ascoltate da nessuno, in nessun contesto. Presto o tardi, tali persone si accorgono che si sono imposte l’esilio da sole rinunciando all’espressione di sé, fino ad arrivare ad accettare l’identità imposta dagli altri. In “psicologhese” questa vitale capacità viene chiamata assertività.

L’integrità personale.

Impegnarsi nel mantenere le promesse, essere leali ed agire secondo i propri principi sono atteggiamenti sani da tenere con gli altri, ma soprattutto con se stessi. Se si ha una buona autoconsapevolezza, un buon amor proprio, se siamo responsabili della qualità della nostra vita, se si hanno degli obiettivi, se ci sappiamo esprimere, non c’è il rischio di confondere l’integrità personale con la rigidità ed il moralismo.

Alcune persone temono, infine, che stimare di più se stesse potrebbe portare a stimare meno le persone care. Ma “L’emozione che si esprime al prossimo è pari a quella che si prova in noi, non di più. Non si può emozionare gli altri più di quanto non si è emozionati. Non si può amare il prossimo più di quanto ci si ama. Se al mondo c’è poco amore per il prossimo, significa che c’è poco amore per se stessi” (cit.).

Per chi volesse approfondire l’argomento, consiglio la lettura de “I sei pilastri dell’autostima” di Nathaniel Branden, distribuito da varie case editrici.

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Dott. Nicola Megna

Psicologo Libero Professionista (iscritto all’Albo degli Psicologi della Toscana n° 5760) Dottore di ricerca in Psicologia Psicoterapeuta in formazione redattore EMAIL: nicolamegna@gmail.com TELEFONO: 3405702321 riceve a Prato e Pistoia “Il vero viaggio non consiste nella ricerca di nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” (Marcel Proust) Incontrai questa frase in un periodo in cui dovevo prendere grandi decisioni: andare o rimanere, ritrovarsi o separarsi. Come un fulmine che rischiara il cielo, questa frase mi fece capire l’importante ruolo delle nostre emozioni. Esse sono una bussola fondamentale per le decisioni che dobbiamo prendere, soprattutto quando il mare è in tempesta: ignorarle significa perdersi. Oltre alla libera professione, lavoro in un centro pistoiese che fornisce servizi residenziali per persone con problemi di salute mentale e di tossicodipendenza. Ciò è sicuramente molto impegnativo, ma mi ha anche insegnato la condivisione, la collaborazione, la critica costruttiva, l’ascolto reale, l’assertività... e molto altro. Sto attualmente specializzandomi in psicoterapia ad indirizzo umanistico e bioenergetico, il cui principio fondamentale è la centralità della persona, intesa come unità biologica, psichica e spirituale in cui si integrano armoniosamente emozioni ed intelletto, corpo ed anima, relazione ed affermazione di sé. Partendo dalla convinzione che ognuno è artefice e responsabile della propria vita e della propria crescita, la psicologia umanistica mette al centro la massima socratica “conosci te stesso” e cerca di rendere concrete le profonde implicazioni che questa consapevolezza può avere nel migliorare i valori umani e sociali. “Da piccolo” scoprii che, più che ai giochi, ero interessato a capire come stavano i miei amici, quali erano le loro storie, cosa rendeva ognuno di loro così unico eppure così simile a me. Scoprii quanta forza ci viene data dalla condivisione delle nostre risate e delle nostre lacrime, delle nostre paure e dei nostri sogni. “Da grande”, dopo aver rischiato di dimenticarmi tutte queste cose, sono riuscito invece a comprendere che ogni persona è capace, anche da adulta, di essere creativa, di essere libera, di esplorare.

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